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Lorenzo Gasperini, trentaquattro anni, professore di filosofia a Livorno, è l’uomo che ha scritto le pagine programmatiche del nuovo movimento di Roberto Vannacci e ne è considerato l’ideologo. Si dice tomista, convoca Platone e Aristotele, rivendica la tradizione classica e cattolica. Proprio per questo merita di essere preso sul serio come si prende sul serio un pensiero: non con un’etichetta, ma verificando se le sue tesi reggono. Lo facciamo qui, mettendone alla prova le fondamenta nella loro forma più forte — e scoprendo che i classici che chiama a testimoni, se davvero li si legge, gli si rivoltano contro uno per uno.
Il fondamento dichiarato è il tomismo, cioè una versione della legge naturale: esiste un ordine iscritto nell’essere, le cose hanno un fine, il bene consiste nel conformarsi a quel fine. Da qui discende tutto il resto — i “valori non negoziabili”, il patriarcato come “concetto classico da preservare”, la difesa di una tradizione contro la dissoluzione moderna. È un’architettura antica e rispettabile. Il guaio è che chi la invoca la usa esattamente contro ciò per cui era stata costruita.
Prima crepa, la più profonda: da una premessa universale si pretende una conclusione particolare. Il tomismo poggia su un’idea precisa: esiste una sola natura umana, uguale in ogni uomo perché ogni uomo è dotato di ragione, e la legge morale che ne discende vale per tutti allo stesso modo. È un fondamento che, per come è fatto, non può conoscere confini di nazione o di sangue: se la regola nasce dall’essere uomini, riguarda chiunque sia uomo, italiano o straniero che sia. Non a caso la Chiesa di cui si invoca la liturgia più antica si dice, alla lettera, cattolica, cioè universale. Da questa premessa si pretende però di ricavare l’esatto contrario: una nazione fatta “quasi esclusivamente di italiani” e lo straniero da rimandare indietro. Ma da un principio che vale per tutti gli uomini non si può dedurre un ordine che ne esclude una parte. Il passaggio non regge, e non per un dettaglio: è la conclusione che smentisce la premessa.
L’errore ha un nome nella stessa tradizione che si cita. Distingue tra ciò che una cosa è per essenza — l’essere uomo, la ragione, la dignità che ne segue — e ciò che le capita per circostanza: dove sei nato, da quale famiglia, sotto quale bandiera. La provenienza appartiene al secondo ordine, non al primo. Trattare l’appartenenza nazionale come se fosse la sostanza dell’uomo, e la comune umanità come un accessorio trascurabile, significa capovolgere la gerarchia su cui l’intero edificio è costruito. Si prende l’accidente per essenza. E c’è un ultimo punto, che riguarda proprio l’eredità che si dice di difendere: quella civiltà non è nata chiusa, è nata da un incontro. Atene, Gerusalemme e Roma sono tre radici diverse fuse in una, e il forestiero — nel diritto romano come nella predicazione cristiana — è stato accolto e fatto proprio, non respinto. L’identità che regge nel tempo è quella che cresce assorbendo, non quella che si sigilla per paura di contaminarsi. Chi rivendica il tomismo e ne rovescia l’universalismo non custodisce quella casa: ne ha soltanto preso in prestito il lessico.
Seconda crepa: la natura spacciata come norma. Il patriarcato viene fondato sul fatto che “la forza dell’uomo c’è per natura”. Ma da un dato — l’uomo è più forte — non discende un dovere — l’uomo deve comandare. E qui la beffa: questa è precisamente la tesi che Platone, tirato in ballo come alleato, passa la vita a demolire. La giustizia come diritto del più forte è la posizione dei sofisti nel Gorgia e nella Repubblica, ed è contro di essa che nasce l’intera filosofia politica classica. Rivendicare Platone e sostenere Callicle nello stesso respiro non è audacia, è non aver letto fino in fondo. Perché se la forza legittima il dominio, allora ogni potere esistente è giusto per il solo fatto di esistere — e viene meno perfino la possibilità di dire che il mondo va “al contrario”, visto che il mondo, qualunque esso sia, avrebbe comunque ragione.
Terza crepa: il fine tradito dalla demografia. I valori sarebbero “non negoziabili”, eppure vengono giustificati perché servono — a contrastare il calo delle nascite, a preservare la nazione. Ma un bene difeso perché utile a qualcos’altro è già, per ciò stesso, un bene negoziabile: vale finché serve e cade quando smette di servire. La tradizione che si invoca dice l’opposto, che il bene si vuole per sé e non per il suo rendimento. Fare della metafisica una politica della culla significa avere già svenduto l’eterno al contingente: chi mette i valori assoluti al servizio di una statistica li ha resi, con le proprie mani, relativi.
Quarta crepa: l’anti-moderno che parla la lingua del moderno. Si convocano i grandi critici del consumismo e dell’omologazione contro la modernità che tutto appiattisce. Ma la forma stessa di questo pensiero — la provocazione virale, lo slogan, la tesi che conta non per verità ma per capacità di sedurre — è il prodotto più puro di quell’omologazione. Restaurare “il patriarcato, ora” come un post è precisamente l’incubo che quei critici denunciavano: la ribellione conformista, il sacro ridotto a merce identitaria. Si arruola il critico della merce e se ne fa un marchio.
E c’è una crepa che le tiene tutte insieme, ed è la più ironica per chi si presenta come filosofo. La filosofia è la pratica dell’obiezione presa sul serio: il metodo stesso del maestro rivendicato procede esponendo per prima, e nella sua forma più forte, la tesi dell’avversario. Un pensiero che invece avanza per anatemi, per liste di nemici, per formule d’appartenenza, ha già abbandonato la forma che dice di custodire, e del concetto conserva soltanto il travestimento.
Resta, alla fine, un’operazione sola: prendere una tradizione di ragione universale e di natura ordinata al fine, e piegarla a legittimare il suo contrario — la forza particolare, la chiusura del sangue, l’affermazione al posto dell’argomento. I classici, se davvero li si legge, non sono dalla sua parte. Sono, uno per uno, contro di lui.





