
La forza che non basta. Intesa, il Monte e la partita che si gioca altrove
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di Pierluigi Piccini
C’è un modo tutto anglosassone di dire le cose sgradevoli senza alzare la voce, e il Financial Times lo ha appena riservato a Rocca Salimbeni. La rubrica Lex — quella che da un secolo e mezzo commenta con freddezza i conti degli altri — ha liquidato la doppia offerta del Monte su Banco BPM e Banca Generali con un titolo che è già una sentenza: il Monte pensa che tre acquisizioni siano meglio di una. E con una formula che chiude ogni discussione: pensiero magico.
Conviene seguirne il filo, perché è di una nettezza istruttiva. Sulla carta, ammette il giornale, la fusione a tre ha un suo fascino: tagli di costi sovrapposti stimati intorno al miliardo e due, un dividendo straordinario, una quota che a operazione compiuta varrebbe più dell’attuale capitalizzazione di mercato. È l’aritmetica dell’ottimismo. Poi arriva la parte scomoda, e sono esattamente le cose che qui si andavano dicendo da giorni. I prezzi offerti sono magri: a Banco BPM una fusione senza premio, a Banca Generali un ritocco modesto, appena il dieci per cento. E soprattutto il colpo: il Monte, avendo appena incorporato Mediobanca, starebbe in realtà tentando una fusione a quattro. Unire due banche è impresa lunga e faticosa; provarci con quattro richiede, appunto, un pensiero magico.
La conclusione è la più politica delle osservazioni di mercato. Questa fantasiosa strategia difensiva è controproducente, scrive Lex, perché rischia di mostrare un consiglio disposto a tutto pur di non farsi comprare — e un consiglio che appare così finisce per spingere i propri azionisti fra le braccia di chi lo sta scalando. È, parola per parola, la lettura proposta su queste pagine fin dal lancio delle due offerte: non un progetto industriale, ma un riflesso difensivo; non crescita, ma il rospo ingoiato da un board spaccato.
Il punto che merita di essere sottolineato non è la stroncatura in sé, ma da dove arriva. Lex non è una parte in causa, non guarda la vicenda dal territorio, non ha un nome da difendere né un torto da vendicare. Ragiona soltanto in premi, sinergie e fattibilità dell’integrazione, e di Siena — della sua storia, della città — non sa e non vuole sapere nulla. Eppure, partendo dal punto più lontano possibile dal nostro, atterra dove eravamo atterrati noi. Che poi sia questa anche la lettura del mercato lo dicono i prezzi, e al contrario delle regole: di norma chi lancia scende e il bersaglio sale, qui il Monte tiene e scendono i bersagli. Nessuno prezza un’operazione che si farà. Si prezza una difesa che quasi certamente non arriverà in porto — sbarrata dai due grandi azionisti riluttanti, il Crédit Agricole padrone di quasi un terzo del Banco e Generali padrona della propria figlia, senza il cui sì la soglia del cinquanta per cento più un’azione non si tocca.
Fa una certa impressione, va detto, ritrovare in inglese e in punta di ironia finanziaria le stesse conclusioni a cui si arriva guardando la faccenda da Siena. Segno che la distanza fra ciò che l’operazione dice di essere e ciò che è non ha bisogno di sensibilità locali per saltare agli occhi: la vede anche chi la misura col solo metro dei multipli.
Una precisazione che il FT non fa, ma che conta: quel dieci per cento offerto a Generali è pagato in azioni MPS — cioè nella stessa moneta dell’assedio da cui la manovra dovrebbe proteggere. Un premio che vale tanto solo finché il Monte resta appetibile perché sotto attacco. Il serpente che si morde la coda.
N.B. Lex, però, si ferma un passo prima. Il Financial Times giudica l’operazione improbabile: troppe banche, premi troppo magri, un’integrazione da far tremare i polsi. È il giudizio di chi guarda alla fattibilità industriale. Ma il problema non è che la difesa sia difficile da realizzare: è che arriva in ritardo sulla propria battaglia. La magia non sta nel fondere quattro banche, sta nel credere che uno scudo programmato per febbraio 2027 possa parare una spada che cade a dicembre. Il periodo di adesione dell’OPAS di Intesa è atteso fra fine settembre e dicembre 2026, e il perfezionamento entro dicembre, subordinato solo alle autorizzazioni; l’ultima, quella di Consob sul prospetto, è prevista fra fine novembre e inizio dicembre. La difesa senese, invece, deve prima passare dall’assemblea del 29 ottobre, e le offerte del Monte su BPM e Generali si perfezionano solo a metà febbraio 2027 — con la distribuzione delle azioni Generali ai soci, il cuore del veleno, regolata appena prima e subordinata al buon esito di quelle offerte. Se Intesa chiude la sua adesione entro l’anno, prende MPS col tesoro intatto — la distribuzione non è mai scattata — e le offerte su BPM e Generali diventano carta straccia di un compratore già comprato. Lex vede un’operazione che forse non riuscirà; il cronometro dice che, riesca o no come progetto, non protegge dall’unica cosa da cui dovrebbe proteggere. La differenza fra “idea bizzarra” e “difesa fuori tempo” è tutta qui: la prima è una battuta di mercato, la seconda è la sostanza. E la sostanza, come sempre in questa vicenda, sta nelle date, non nelle parole. Su questo — le date, le soglie, la struttura del corrispettivo — si può discutere. Il resto non sposta un euro.





