
Il nome resta, la fabbrica si sposta
23 Agosto 2026Di Pierluigi Piccini
C’è un’immagine che sta all’inizio di tutto e che, a distanza di tre anni, continua a reggere. La usò Valeria Pinzi la prima volta che presentammo il festival, in una piazza dell’Orologio piena di gente: l’acqua e il jazz hanno la stessa natura. Arrivano di getto, scorrono, mutano continuamente pur avendo un’origine precisa. Improvvisano, e improvvisando aprono strade nuove. Non era una metafora decorativa. Era, semmai, la dichiarazione di un metodo. Piancastagnaio, in origine, era un paese circondato da sorgenti, e portare la musica proprio lì — alle Fonti di Borgo, alle Fonti di Voltaia, agli abbeveratoi ristrutturati dove per secoli si è raccolta la vita quotidiana della comunità — significava riconoscere che un luogo non è mai soltanto uno sfondo. È già una partitura.
Da quella prima intuizione sono passate tre estati. Vale la pena ripercorrerle, perché la coerenza si vede solo nella durata.
Nel 2024 il festival nacque, e nacque senza timidezze. Aprì Maria Pia De Vito con il progetto Linha de Passe, insieme a Roberto Taufic e Roberto Rossi: una linea di passaggio, appunto, tesa tra Napoli e il Brasile, tra due lingue e due modi di stare al mondo. Poi il duo di Gianluca Petrella e Pasquale Mirra, trombone e vibrafono, uno degli accostamenti più liberi e imprevedibili che si potessero desiderare per una seconda serata. Il Tight Trio — Andrea Saffirio, Andrea Colella, Claudio Sbrolli, con Antonello Sorrentino ospite alla tromba — rese omaggio a Wayne Shorter a poco più di un anno dalla scomparsa. E la chiusura affidata ai ButNot4Trane. Quattro concerti, e già una direzione chiara: nessun confine, né geografico né tra generi.
Il 2025 confermò e alzò l’asticella. Si cominciò con una leggenda vivente, Glenn Ferris, il trombonista che ha attraversato la musica del Novecento passando da Zappa a Stevie Wonder, qui in dialogo con un quintetto italiano di rara sensibilità. La sera dopo il viaggio mediterraneo di Magalì Sare e Manel Fortià, Re-Tornar, un ritorno alle radici che era anche una ripartenza. Poi l’incontro tra il clarinetto di Gabriele Mirabassi e la fisarmonica di Simone Zanchini, dimostrazione vivente che il jazz può essere colto e popolare nello stesso respiro. E il finale, More Morricone, con Giovanni Ceccarelli, Ferruccio Spinetti e la voce di Cristina Renzetti: le melodie del Maestro riascoltate attraverso il prisma dell’improvvisazione. Fu anche l’anno in cui il maltempo ci obbligò a rientrare, spostando i concerti allo Spazio Dante Cappelletti. E qui accadde qualcosa che vale più di ogni programma: uno spazio tornò a essere quello che doveva essere. Non un ripiego, ma un luogo ritrovato e restituito alla comunità, riaperto e riempito dalla musica e dalla gente. Fu la conferma, per via imprevista, di ciò che il festival aveva cercato dall’inizio: che il senso non sta nella cornice — le stelle sopra la testa, la scenografia delle Fonti — ma nell’ascolto e nell’uso vivo dei luoghi. Un paese che riprende possesso di uno spazio è un paese che si riconosce.
E arriviamo a quest’anno, la terza edizione, tornati alle Fonti di Borgo dal 27 al 30 agosto. Il filo che tiene insieme il cartellone è, di nuovo, un attraversamento: si parte da Cuba con il piano solo di Jany McPherson, si passa per la Danimarca con il trio di Enrico Pieranunzi — accanto a lui il contrabbassista Thomas Fonnesbæk e il batterista senese Francesco Petreni — si torna a Napoli con Emanuele Marsico che canta Pino Daniele, e si chiude in Veneto con Mauro Ottolini e il suo Trio OSAKI, ospite Vincenzo Vasi, in quel piccolo prodigio spiazzante che è Sea Shell, musica per conchiglie. Dall’icona assoluta al gioco elettronico dei theremin e dei giocattoli: lo stesso arco di sempre, tra il rigore e lo stupore.
Tre anni raccontati così sembrano un elenco. Ma un festival non è la somma dei suoi concerti. È qualcos’altro, ed è qui che serve dire la cosa più importante.
Un festival che arriva alla terza edizione non appartiene più soltanto a chi lo organizza. Appartiene a chi sale fin quassù per ascoltare. Appartiene a un paese intero. Il pubblico delle Fonti non è un pubblico di passaggio: è gente che ha deciso di fare la strada in salita, di lasciare i grandi circuiti e le facili scorciatoie per venire ad ascoltare musica difficile e bellissima in un borgo dell’Amiata. Questo cambia tutto. Non era affatto scontato far nascere e far durare un festival di questo livello lontano dai centri; era una scommessa sulla qualità, sulla ricerca, sulla forza evocativa dei luoghi. Il fatto che oggi ci sia un pubblico attento e affezionato non è un dato di marketing. È la prova che una comunità ha riconosciuto qualcosa come proprio. Il nome “festival” ha trovato la sua sostanza.
E qui torna l’acqua. Le Fonti non sono state scelte per pittoresco. Erano il punto in cui il paese si dava appuntamento, il luogo dell’incontro prima ancora che dello spettacolo. Riportarci la musica ha voluto dire restituire a quelle pietre la loro funzione antica: far confluire persone. E la sera dello Spazio Dante Cappelletti ci ha detto la stessa cosa da un’altra porta — che un luogo vive se lo si abita, che uno spazio riaperto è già una forma di comunità ritrovata. La musica che vi si suona — improvvisata, mai uguale a sé, eppure sempre riconoscibile nella sua origine — assomiglia in tutto all’acqua che vi scorreva. Getto e sorgente insieme. Non è un caso, credo, che chi ha inventato questo festival abbia visto per prima proprio questa somiglianza.
Perché il festival c’è, e dura, lo dobbiamo a due persone che ne hanno tenuto insieme il senso e la forma.
Alla direzione artistica, Valeria Pinzi, con l’Associazione Culturale Contro(il)Tempo. È sua la coerenza di uno sguardo che in tre anni non ha mai ceduto alla comodità del nome facile o del richiamo sicuro. È sua l’idea di andare sempre oltre i confini — geografici e di genere — chiedendo al pubblico un ascolto aperto e curioso, e ottenendolo. Dietro ogni cartellone c’è un lavoro di ricerca che non si vede e che è la ragione per cui, ogni sera, quel che accade sul palco tiene.
E a Michele Scalacci, che di questo festival ha disegnato il volto. I manifesti, le immagini, tutta la comunicazione visiva delle tre edizioni portano il suo segno. In un tempo in cui l’occhio decide prima dell’orecchio, dare al festival un’identità grafica riconoscibile e non banale è stato tutt’altro che un dettaglio: è stato dargli una faccia, e una faccia si ricorda.
A loro due, e a tutti gli artisti che in tre estati sono saliti fin quassù, il ringraziamento che conta: quello di un paese che, alle Fonti, ha riscoperto l’ascolto reciproco.





