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20 Ottobre 2026Renzo Piano e il pensiero del “tra”: l’architettura come arte dell’intervallo, della soglia e della pace
di Pierluigi Piccini
Quando Renzo Piano, a “Che tempo che fa”, dice che nell’età grande si scopre di essere la somma degli incontri, sospesa tra la memoria e l’obbligo, non consegna soltanto una confessione autobiografica. Enuncia, senza volerlo, il principio da cui discende tutto il resto del suo discorso: ciò che siamo non è un nucleo chiuso che entra poi in rapporto con il mondo, ma il punto in cui molti rapporti si sono condensati. È un modo di pensare che l’Occidente ha spesso trascurato, abituato a cercare sostanze compiute, e che altre tradizioni hanno coltivato con più naturalezza, riconoscendo il valore dell’intervallo, della pausa che dà senso alla musica, della distanza che rende possibile la relazione. Se l’io nasce in questo spazio intermedio, allora esiste nella forma del debito, e il debito orienta il tempo in avanti: per questo Piano può definire la nostalgia un’invalidità, perché pretende di chiudere il passato in se stesso, mentre la memoria autentica lo tiene aperto verso ciò che resta da restituire.
Questa stessa tensione tra ciò che si è ricevuto e ciò che si deve rendere attraversa il suo modo di intendere il lavoro. L’idea, nel suo primo apparire, è per lui un barlume senza importanza, e chi se ne innamora diventa freddo. Non è falsa modestia, è il rovesciamento di un’antica gerarchia che poneva la forma pura sopra la cosa realizzata. L’idea è una possibilità povera, che si arricchisce soltanto lasciandosi correggere dalla resistenza dei materiali, dal peso, dalla fatica collettiva. Il metro che Piano porta sempre in tasca dice esattamente questo: misurare significa accettare che il mondo abbia proporzioni proprie e cercare la bellezza nell’accordo con esse, così come l’identità si forma nell’accordo con gli altri. Il pensiero e la realtà stanno tra loro come le persone del suo pantheon stanno a lui, in un rapporto da cui entrambi escono trasformati.
Da un simile attrito non può nascere un edificio che si impone, ma solo uno che apre. I suoi volumi sollevati da terra come vascelli pronti a prendere il mare fanno lavorare la massa al servizio di un vuoto abitabile, secondo quella sapienza orientale per cui il vaso serve per la cavità e la casa per le sue aperture: ciò che c’è offre un vantaggio, ciò che manca rende possibile l’uso. La leggerezza che Piano invidia ai poeti non consiste nel togliere peso alla materia, ma nel piegarla a creare lo spazio libero in cui gli altri possano passare. L’edificio diventa così la traduzione costruita di quell’io relazionale da cui eravamo partiti: anch’esso esiste per ciò che lascia attraversare.
Si comprende allora perché lo inquieti vedere il Beaubourg dichiarato monumento. Il monumento ferma il tempo e, fermandolo, intimidisce: chiude la relazione nell’ammirazione distante. Piano gli contrappone un’idea di durata che viene dal Giappone, dove si custodisce il gesto vivente più che l’oggetto e un santuario rifatto identico a intervalli regolari non perde nulla della propria antichità. Dura ciò che sa rinnovarsi, come una barca che risale di bolina usando il vento contrario: la libertà non consiste nello scegliere le condizioni, ma nell’abitarle con intelligenza, proprio come la memoria non sceglie il passato ma lo rimette in movimento.
Tutto questo trova la sua figura più semplice nella richiesta della ragazza afghana dell’università di Chittagong, che desiderava una finestra. In quella parola è racchiusa la struttura stessa dell’abitare umano: un dentro che non si chiude, un fuori che non invade, un riparo che non diventa prigione. L’umano sta sulla soglia, e la soglia è ancora una volta il “tra”. I ponti, che Piano chiama i muri che non bisogna fare, portano la stessa intuizione su scala più ampia, perché muro e ponte sono due interpretazioni opposte del limite: il primo lo trasforma in separazione, il secondo lo riconosce e proprio per questo ne fa un luogo d’incontro, giacché senza distanza tra le rive non ci sarebbe nulla da unire.
È a questo punto che la sua dichiarazione di pacifismo non inerme rivela il suo senso. Se la felicità, per chi è cresciuto nel dopoguerra, coincide con una guerra che finisce, la pace non può però ridursi alla cessazione del male: va costruita, e costruirla significa dare forma materiale all’intervallo tra le persone, a quegli spazi comuni dove la distanza smette di essere minaccia e diventa possibilità d’incontro. La guerra è il tentativo di abolire il “tra”, riducendo l’altro a ostacolo; l’architettura pubblica, così come Piano la pensa, ne è il contrario esatto, la custodia paziente di quello spazio in cui, come lui stesso ha imparato su di sé, si diventa qualcuno soltanto insieme agli altri.





