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26 Ottobre 2026Pierluigi Piccini
Per secoli abbiamo creduto che Dio custodisse il mondo. Poi la cultura moderna ha cominciato a pensare che tutto finisca nel nulla, e ha detto: “Dio è morto”. Eppure ci ostiniamo a riparare, recuperare, rialzarci dopo una caduta. Non è una prova di niente. Ma per un credente è un segno. È il quarto capitolo del percorso sullo scarto e sull’economia circolare.
Nei tre articoli precedenti ho parlato dello scarto. Ho detto che la natura tende a riassorbire ciò che produce: le foglie cadute nutrono il terreno. Lo scarto come lo conosciamo noi, montagne di rifiuti che nessuno riprende, l’abbiamo inventato noi. Ho detto poi che l’economia ha seguito a lungo una linea retta: si prende dalla natura, si produce, si consuma, si butta. Oggi questa linea si sta piegando in un cerchio: ciò che si usa viene recuperato e torna in circolo. Infine ho detto che in un mondo chiuso non c’è più un posto dove buttare le cose, e nemmeno le persone. Papa Francesco ha parlato di “cultura dello scarto”. Secondo il suo insegnamento, chi si abitua a buttare le cose finisce per buttare anche gli uomini. Restava una domanda: perché sentiamo che questo “fuori” non esiste più?
Una risposta l’ho trovata riascoltando una vecchia lezione di filosofia sulla “morte di Dio”. Io sono credente. Ma proprio per questo penso che quella frase vada capita bene. Di solito la si intende così: la gente non crede più, le chiese sono vuote. La lezione diceva un’altra cosa. Oggi siamo convinti che tutto cambi: nasce, cresce e muore. Se tutto cambia davvero, non può esserci un Dio eterno, perché un Dio eterno conterrebbe già tutto. Il futuro sarebbe già scritto e la nostra libertà sarebbe finta. Così la nostra cultura ha scelto il cambiamento e ha messo da parte Dio. Io non posso dimostrare il contrario. Posso dire che cosa credo: che l’eternità di Dio non sia un passato che ha già deciso ogni cosa, ma una presenza che abbraccia tutti i tempi senza costringerli. Dio conosce le nostre scelte, ma non le fa al posto nostro.
Che cosa c’entra con i rifiuti? Quando la cultura moderna ha messo da parte Dio, ha cercato un altro infinito e lo ha trovato nella natura. La natura sembrava una riserva senza fine: si poteva prendere e buttare senza limiti. L’economia dell’usa e getta è esplosa nel Novecento, con il consumo di massa, mentre la fede perdeva peso. È una coincidenza che fa pensare, non una prova. E anche i cristiani hanno le loro colpe: per molto tempo l’invito biblico a “dominare la terra” è stato letto come un permesso di sfruttarla. La Chiesa stessa ha riconosciuto che quell’invito è stato frainteso: il compito dell’uomo è custodire e coltivare la terra, non saccheggiarla. Oggi scopriamo che l’infinito della natura era falso. Le risorse finiscono. La plastica torna nel mare e nel nostro cibo. Il mondo si è chiuso: non c’è più un “fuori”. L’economia circolare nasce da questa scoperta.
Il pericolo è grande. Se tutto finisce nel nulla, viene la tentazione di pensare che tutto valga poco. Tutto può diventare scarto, anche le persone. Chi amministra un territorio lo vede ogni giorno: case chiuse nei centri storici, paesi che si svuotano, giovani che partono e non tornano.
Eppure ci ostiniamo a recuperare, riparare, rialzare. Riapriamo una casa chiusa. Ridiamo vita a un paese che si svuota. Ci rialziamo dopo un lutto, un fallimento, un amore finito. Che cosa significa? Bisogna essere prudenti. Spesso ricicliamo per ragioni pratiche: perché costa meno, perché la legge lo impone. E chi pensa che tutto finisca non per questo smette di amare la vita. Ciò che passa non vale meno, a volte vale di più. Un fiore è prezioso anche perché appassisce. In Giappone c’è un’intera sensibilità che trova la bellezza proprio nelle cose che passano. Si può curare ciò che è fragile proprio perché è fragile.
Il nostro modo di agire, quindi, non dimostra niente. Ma per me è un segno. Quando una comunità si ostina a non lasciar morire un paese, quando una persona si rialza dopo aver perso tutto, io vedo qualcosa che va oltre il calcolo e oltre la bellezza delle cose che passano. Vedo la speranza che ciò che amiamo non sia destinato al nulla. Lo leggo da credente, e so che altri lo leggeranno in modo diverso.
Anche la fede, del resto, dice che il mondo viene dal nulla: Dio lo ha creato dal nulla. Chi ha tenuto quella lezione direbbe che proprio qui sta il problema: se le cose vengono dal nulla, possono anche tornarci. Io rispondo da credente. Le cose non vengono dal nulla per caso, ma perché Dio le chiama all’essere. Le creature nascono e muoiono, il fiore appassisce davvero. Ma Dio non abbandona ciò che crea: la creazione nel suo insieme è destinata a essere rinnovata, e la persona umana è chiamata a una vita che non finisce. Il problema della cultura moderna non è da dove veniamo. È dove andiamo: verso il nulla, senza nessuno che ci custodisca.
Resta una domanda. Quando dico “ci si rialza”, chi si rialza? Se tutto cambia completamente, dopo la caduta ci sarebbe un’altra persona. Per rialzarsi bisogna restare se stessi. La fede risponde proprio a questo. Anche la Scrittura parla del seme: Gesù dice che il chicco di grano deve morire per portare frutto, e san Paolo usa il seme per spiegare la resurrezione. Ma non lo usa per dire che tutto torna uguale, come nelle visioni che pensano la vita come un ciclo che si ripete. Lo usa per dire che ciò che si semina non è ancora ciò che nascerà. La resurrezione non è tornare alla vita di prima. È una trasformazione in cui la persona resta se stessa: chi risorge è lo stesso, ma rinnovato. Questa trasformazione, però, non è la nostra capacità di rimetterci in piedi. È un dono di Dio. Le nostre cadute e le nostre risalite non sono la Pasqua. Ma il credente può viverle dentro la Pasqua, perché dal battesimo partecipa alla morte e alla resurrezione di Cristo.
“Dio è morto”, infine, è anche un’espressione cristiana. Un’antica omelia del Sabato Santo, che la Chiesa legge ancora oggi nella preghiera, dice che Dio è morto nella carne. Il Figlio di Dio muore sulla croce nella sua umanità. Ma per il credente quella morte non è la fine. È la vigilia della resurrezione. Per questo la morte di Dio annunciata dal nostro tempo non mi spaventa. Mi chiede piuttosto un impegno. In un mondo dove non si può più buttare niente, ciò che cade tocca anche a noi rialzarlo: le cose, i luoghi, le persone. Non da soli, e non come se tutto dipendesse da noi. Ma con la speranza che niente di ciò che amiamo sia destinato al nulla.
N.B. Questo percorso non vuole dire che il nulla non esiste: le cose nascono e muoiono davvero, e la fede non lo nega. Vuole dire che il nulla non ha l’ultima parola, perché niente di ciò che è amato è abbandonato a se stesso.
Nota bibliografica
Sulla morte di Dio: Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125 (“L’uomo folle”). Per la lettura della morte di Dio come conseguenza della fede nel divenire: Emanuele Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, e L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999.
Sulla cultura dello scarto e sulla custodia del creato: papa Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium, 2013, n. 53; lettera enciclica Laudato si’, 2015, nn. 22 e 67.
Sulla critica al cristianesimo come radice dello sfruttamento della natura: Lynn White jr., The Historical Roots of Our Ecologic Crisis, in “Science”, 155, 1967.
Passi biblici: Genesi 1,28 e 2,15 (dominare, coltivare e custodire la terra); Giovanni 12,24 (il chicco di grano); Prima lettera ai Corinzi 15,35-44 (il seme e la resurrezione dei corpi); Lettera ai Romani 6,3-5 (battesimo e partecipazione alla morte e resurrezione di Cristo).
Sull’eternità di Dio, la creazione e la resurrezione: Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 296-301 (creazione dal nulla e conservazione delle creature), n. 600 (per Dio tutti i momenti del tempo sono presenti), nn. 997-1004 (la resurrezione dei morti).
Sull’omelia del Sabato Santo: Antica omelia sul Sabato Santo, Liturgia delle Ore, Ufficio delle letture del Sabato Santo; citata nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 635.





