
La guerra all’Iran ha cambiato il regime a Washington: il Texas volta le spalle a Trump
6 Novembre 2026
L’onda blu travolge Trump: i democratici conquistano il Congresso e nel campo repubblicano comincia la corsa alla successione
6 Novembre 2026Il Turner che ritrae Roma dall’Aventino va all’asta: un capolavoro che rischia di sparire di nuovo nel privato
Per pochi giorni si può vedere da vicino uno dei quadri più belli mai dipinti su Roma. È a New York, ultima tappa di un viaggio che lo ha portato anche a Londra e Hong Kong, prima di finire all’asta da Sotheby’s a Londra il 9 dicembre. Si tratta di “Rome, from Mount Aventine” di Joseph Mallord William Turner, una tela di circa novanta centimetri per centoventicinque, stimata intorno ai cinquanta milioni di sterline, oltre sessantasei milioni di dollari. Se le previsioni saranno rispettate, batterà il record d’asta dell’artista, che appartiene già a questo stesso quadro.
La storia della tela è quella di un sguardo che si sedimenta nel tempo. Turner era stato a Roma nel 1828 e ne aveva riempito i taccuini di disegni. Anni dopo, su commissione dell’amico e collezionista scozzese Hugh Munro of Novar, ne ricavò questa veduta, dipinta nel 1835 ed esposta alla Royal Academy l’anno successivo. La critica di allora rimase sbalordita: il Morning Post la definì un’opera capace di abbagliare l’immaginazione e confondere ogni giudizio. Dall’Aventino, il più meridionale dei sette colli, la città si apre in un panorama immerso in una luce dorata, con il Tevere che la attraversa. In primo piano si alza un pino solitario, ai suoi piedi le minuscole figure di un prete e di una ragazza. È la Roma eterna vista come un’apparizione, dove l’architettura si scioglie nell’atmosfera e il paesaggio diventa memoria.
Il quadro ha attraversato i secoli con una fortuna rara. Rimase nella famiglia di Munro fino al 1878, quando lo acquistò il conte di Rosebery, futuro primo ministro britannico, e restò ai suoi eredi fino al 2014. Proprio per questo è arrivato fino a noi quasi intatto: la tela originale non è mai stata foderata, la cornice è quella dell’epoca e vicino ai bordi si vedono ancora le impronte digitali del pittore. Nel 2014 fu venduto a un acquirente al telefono per 30,3 milioni di sterline, contro una stima di quindici-venti. Oggi torna sul mercato.
A fine settembre l’opera è stata esposta per tre giorni a Palazzo Rondinini, sul Corso: era la prima volta che tornava nella città che raffigura, quasi duecento anni dopo. Un ritorno breve, quasi un congedo. E qui si apre la questione che va oltre il mercato dell’arte. Il presidente di Sotheby’s Europa ha detto di sperare che il quadro finisca in un museo, dove tutti possano ammirarlo. È un auspicio, non una garanzia. Le grandi opere di Turner in mano privata sono ormai pochissime, e ogni passaggio d’asta rischia di sottrarle ancora una volta allo sguardo pubblico.
C’è qualcosa di paradossale in tutto questo. Un pittore che aveva fatto della luce un bene comune, che anticipava gli impressionisti dissolvendo le forme nell’aria, vede la sua dichiarazione d’amore per Roma trasformarsi in un oggetto di investimento globale, in viaggio tra le capitali della finanza. La bellezza ha bisogno di essere vista per esistere davvero. Ci auguriamo che il 9 dicembre il martello del banditore restituisca questo quadro alla comunità e non lo chiuda di nuovo in una stanza privata.





