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22 Giugno 2026
Di mano in mano
22 Giugno 2026Lo specchio che rivela
Quattro artisti, quattro Contrade: gli stendardi di Piancastagnaio
Oggi, 21 giugno, in una sala del Comune i quattro stendardi sono stati consegnati alla comunità, accompagnati dai figuranti delle Contrade. Vale la pena fermarsi su ciò che è accaduto, perché non è una semplice appendice decorativa di Osservatorio. Mormorii, ma il punto in cui la mostra tocca terra e diventa rito civile.
L’idea da cui tutto muove è antica e insieme spregiudicata. A ciascuno dei quattro artisti in mostra — Francesca Banchelli, Francesco Carone, Rä di Martino, Namsal Siedlecki — è stato chiesto di disegnare uno stendardo ispirato a una delle quattro Contrade di Piancastagnaio: Coro, Castello, Voltaia, Borgo. Si riprende così la tradizione medievale delle bandiere e dei vessilli, ma la si affida a uno sguardo che viene da fuori e da oggi. È qui il nodo che mi interessa: un’identità di comunità non si conserva ripetendola, si conserva rimettendola in gioco. Le Contrade non vengono illustrate, vengono interrogate; e ne escono non sostituite, ma riconosciute.

Francesca Banchelli ha lavorato per Coro
Francesca Banchelli ha lavorato per Coro, sui suoi colori — bordeaux, oro e nero — con un’opera dal titolo Sole Nero. È nata, dice l’artista, in un tempo segnato dal ritorno delle guerre e dei genocidi: il sole scuro è il nostro presente, un sole che invece di scaldare getta un’ombra sulla Terra. Lo stendardo raffigura persone che ne sollevano e ne trasportano altre. Il legame con la Contrada è limpido, perché il Coro è la vittoria del popolo quando il popolo è unito: non un’allegoria astratta, ma un manifesto della cura reciproca come unica forza capace di attraversare i momenti più bui. Banchelli prende il motto contradaiolo e lo restituisce alla scala dell’umanità intera.

Rä di Martino ha preso Voltaia
Rä di Martino ha preso Voltaia, e ha scelto un’immagine dal suo corpus fotografico Allunati (2020): la sagoma di Sophia Loren che abita, quasi senza gravità, la superficie lunare. La sua poetica vive da sempre sul confine tra realtà e finzione, e qui proietta nel vuoto cosmico l’incarnazione stessa della carnalità neorealista — la stella associata alle donne del popolo, alle madri, alle lavoratrici. Grazie all’oro un gesto ordinario viene sacralizzato: la normalità diventa monumento alla fragilità umana. Il rimando alla Voltaia è preciso. Le vie dei Fabbri e dei Canapaioli ricordano un borgo di botteghe, di ferro, legno e canapa lavorati a mano; e come l’artista rende eterno un gesto comune sulla Luna, così lo stendardo celebra la memoria del lavoro manuale. Le Fonti restaurate, infine, fanno da corrispettivo terrestre del paesaggio lunare: il dialogo antichissimo tra l’acqua e la luna, tra la fisica e il mito.

Francesco Carone ha disegnato per Castello
Francesco Carone ha disegnato per Castello, nei suoi verde e bordeaux, una figura femminile seduta, coronata, attraversata da serpenti. È l’immagine più enigmatica delle quattro, e fa bene a esserlo: il serpente è insieme insidia e sapienza, spoglia che si rinnova, soglia tra ctonio e regale. Una sovranità che non rassicura, ma custodisce — appropriata a una Contrada che porta nel nome la fortezza, il perimetro che separa e protegge. Carone affida a Castello non un blasone, ma un interrogativo sul potere e sulla sua ambivalenza.

Namsal Siedlecki ha lavorato per Borgo
Namsal Siedlecki ha lavorato per Borgo, sul giallo e l’azzurro, con un campo punteggiato che gioca tutto sulla relazione tra fondo e segno, tra pieno e sospensione. È la più trattenuta delle quattro, e proprio per questo la più affidata allo sguardo di chi la riceve: un cielo, una semina, una costellazione domestica — il Borgo come tessuto, come trama di prossimità.
Resta da dire la cosa che conta di più. Questi vessilli — pensati dagli artisti e materialmente realizzati da chi vi ha messo le mani, il lavoro e il mestiere — il Comune ha scelto di donarli alle Contrade: da oggi sono di loro proprietà. È il gesto a dare la misura della cosa. La municipalità ha commissionato, ha messo in dialogo arte e territorio, e poi ha lasciato andare — ha affidato le opere a chi quelle Contrade le vive. Non un’acquisizione che trattiene, ma una restituzione. Perché la memoria di un luogo non è una cosa da chiudere in una teca municipale: è qualcosa che si consegna, e che vale solo se torna nelle mani di chi ogni anno la fa vivere. In questa donazione c’è un’idea precisa di amministrazione: tenere insieme — chi governa, chi ha disegnato, chi ha materialmente realizzato gli stendardi e chi li riceve — per poi dare. E nell’arte contemporanea le Contrade hanno trovato non uno specchio che le ripete, ma uno che le rivela.





