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di Andrea Fanti
Enzo Cucchi (Morro d’Alba, Ancona, 1949) è un artista riluttante. Non rilascia volentieri interviste. Però, dietro un’apparente reticenza difensiva, ama parlare, non tanto di sé, ma di lavoro e di arte, invitando a guardare con occhio smaliziato il panorama attuale senza risparmiare critiche al mondo dell’informazione. Dopo un garbato e tenace inseguimento tra le morbide colline marchigiane e l’atelier di Roma, si lascia andare. Per raccontare in anteprima a «la Lettura» gli ultimi inediti lavori fatti di lamiera e ceramica.
Nel suo studio a pochi passi da piazza Navona, Cucchi si infervora mentre scardina i luoghi comuni legati all’arte: «Non c’è nessun romanticismo nel dipingere — racconta —, l’odore del colore può essere sgradevole». Qualcuno però lo ricorda quando viaggiava in treno con grandi tele dipinte di fresco. «La pittura non è cosa per tutti — spiega — perché dipingere non è rappresentare». Inesorabile, poi, arriva il giudizio sulla critica: ha deposto le armi e non svolge più il proprio ruolo, chi scrive di arte preferisce allinearsi, a rischio di tradire sé stesso. «Per fare il nostro lavoro — continua — bisogna avere a che fare con la realtà, la normalità delle cose, con le emozioni, con la bellezza. Gli artisti dovrebbero essere i primi a occuparsene, perché sono le uniche creature umane che dovrebbero avere questa attitudine».
Alle frasi di fuoco Cucchi alterna affettuosi racconti sulle amicizie con scrittori e poeti, parla dei capisaldi dell’arte classica e di come non siano appannaggio esclusivo di pochi.
«La Madonna del parto di Piero della Francesca è stata salvata dalle persone semplici, dalle contadine devote che la pregavano nella chiesetta di Monterchi (in provincia di Arezzo, ndr) — continua — ma quella è una chiesetta piccoletta, non è un luogo glorioso, sono le persone del posto che hanno detto no, si sono opposte a ogni tentativo di ricollocazione (ora l’opera è conservata in una sede idonea sempre nel comune di Monterchi) e quella Madonna è salva solo per merito delle contadine, non è salva per gli storici, l’arte serve anche alle persone più umili, che hanno un naturale istinto di rispetto, non so da dove arrivi: probabilmente arriva dagli spiriti degli alberi, dalle nuvole vere. Sicuramente dal vento, dalle persone umili, che però hanno un rapporto cosmico con le cose, le sentono, si emozionano, cosa che nessuno storico ormai fa più».
Cucchi analizza la complessità di esprimere arte oggi, ricorda l’importanza di coinvolgere i giovani e di interagire con loro, evoca la capacità degli artisti di sentirsi attraversati dagli autori classici che li hanno preceduti, in un flusso che non si interrompe, cita poi provocatoriamente la necessità dell’arte di «autorizzare» le immagini da cui siamo assediati, le crude e terribili rappresentazioni dell’attualità.
Artista imprevedibile, non ha mai deluso, fin dall’esordio nel 1977, quando a Milano, con la prima personale Montesicuro Cucchi Enzo giù, in via Solferino, installò nella galleria una scultura di cinque metri che raffigurava un enorme coltello di cemento, con alcuni pezzi di mattone a vista. Coltello e casa si fondevano con la tensione e l’ironia del gioco. C’era una tela a riempire un angolo della galleria, era attaccata con i chiodi in modo provvisorio. Per chi pensava di aver visto tutto, le sorprese non erano finite: dalla finestra aperta sul cortile si vedeva una tela enorme di nove metri per dodici di altezza, libera. Solo una bacchetta di legno alla base la tendeva, bambini disegnati in giallo alti un metro e ottanta tenevano un mattone in mano, la tela era mossa appena dall’aria. Il vento faceva in modo che quei bambini giocassero con i mattoni. Era un’opera segreta, che si poteva vedere solo alla luce del giorno.
Enzo Cucchi è un artista totale, ti prende e ti stupisce da subito, anche con i disegni: malinconici paesaggi intimi nei quali morbidi tratti raccontano di cipressi dalle radici salde che si inclinano all’orizzonte; pietre domestiche e solitarie emergono da panorami dell’infinito. Una produzione e un’abnegazione sconfinate rivelano il suo talento poetico e la capacità di costruire un affascinante linguaggio simbolico personale.
La consacrazione arriva nel 1978 con la mostra Tre o quattro artisti secchi, alla Galleria Mazzoli di Modena, dove si decide la nascita del movimento della Transavanguardia pensato da Achille Bonito Oliva (i componenti: Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria). L’idea, che scardina il panorama artistico, dilaga in Europa anticipando tendenze fondamentali del contemporaneo. Libero da ogni sovrastruttura accademica, Cucchi si dedica anche alla figura plastica, spaziando da lavori in bronzo, snelli e monumentali, a piccole ceramiche, dal cemento al mosaico, dal marmo agli ultimi in lamiera. Costruisce imperfette armonie non convenzionali, esplorando temi esistenziali, vitali per l’artista e pone simbologie dell’immaginario e oniriche in contesti del quotidiano, che a volte fioriscono sugli spigoli delle pareti, piccoli gargoyle delicati e rozzi che vegliano sulla serenità del luogo.
Le ceramiche angolari comparse nella galleria di Vito Schnabel e nello spazio di Gavin Brown a New York nell’aprile 2025 sono un omaggio allo scrittore Giorgio Manganelli (1922-1990) e una risposta alla impossibilità — descritta dallo scrittore — di sognare nelle stanze piene di angoli; Cucchi trova la libertà nell’impossibile, il sogno dell’artista nasce dal bisogno di evadere dalle costrizioni, sia fisiche che sociali.
«Stanato» nella natia Morro d’Alba, l’artista si concede a considerazioni più intime mostrando schizzi, appunti disegnati di progetti che vedranno la luce senza fretta; parla di poesia, di suggestioni che diventeranno opere, contrasti cromatici, mentre con lo sguardo abbraccia il morbido paesaggio attorno e rivela l’ultima impresa: una decina di grandi pannelli di lamiera da due metri per due, smaltati con figure metalliche a rilievo. Abilmente ossidati, in modo circoscritto e controllato, rallentano il tempo, alludono a un deterioramento lento, di attimi sospesi. Le figure in ceramica applicate sono poesia pura; l’apparenza granulosa e i colori decisi creano una tensione costante tra lucentezza e opacità, brillantezza e cupezza, colore e non colore, superfici levigate e inserti ruvidi. Sono grandi fiori abitati da un insetto, bambole rotte, alberi e altre immagini oniriche, in un magico equilibrio che solo un alchimista eternamente insoddisfatto è in grado di realizzare.
Anche qui ritroviamo il mondo di Enzo Cucchi: la casa solitaria, il teschio antitesi della vita, la natura antitesi della morte, l’inaspettato foriero di mistero, lo stupore dallo sguardo puro, lo stridore dei contrasti e dei conflitti, la tensione che evita all’opera di diventare decorativa.
«La materia è una cosa speciale: è molto buona devi farci attenzione, devi essere equilibrato per armonizzare quella cosa — conclude l’artista —, non ti devi abbuffare, se non rinunci non puoi riuscire. La materia è necessaria però devi assolutamente rinunciare, la bellezza ti insegna proprio a fare a meno, non certo ad aggiungere».
https://www.corriere.it/la-lettura/





