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In mezzo alle notizie di piazze in fiamme, coprifuoco e decreti d’urgenza, colpisce la proposta di uno storico americano: tornare a studiare Atene. Josiah Ober insegna studi classici e scienze politiche a Stanford, dove dirige un’iniziativa sull’educazione civica. Nel 2025 ha ricevuto il Premio Balzan per le sue ricerche sulla democrazia ateniese, sempre messe a confronto con il presente. La sua tesi va controcorrente rispetto al catastrofismo diffuso: la democrazia non sta morendo, ma va scelta di nuovo e praticata ogni giorno.
Il suo percorso comincia da un’esperienza generazionale. La guerra del Vietnam lo portò a interrogarsi su come una comunità di cittadini possa decidere della guerra e della pace. Atene interessa a Ober non come un museo ma come un laboratorio. Per due secoli una città di uomini comuni riuscì a governarsi senza re e senza aristocrazie ereditarie, raccogliendo e mettendo a frutto conoscenze disperse tra migliaia di persone. Il segreto non era l’unanimità ma l’organizzazione del disaccordo. C’erano istituzioni che costringevano ad ascoltare chi la pensava diversamente, rotazione delle cariche, sorteggio, rendiconto pubblico di chi amministrava.
Da qui viene la distinzione su cui Ober lavora da anni, quella tra una democrazia di base e le sue versioni più ricche. La domanda è radicale: si può immaginare un governo del popolo prima e senza il liberalismo? La sua risposta è che il nucleo minimo della democrazia è la capacità collettiva di un popolo di decidere per sé, evitando sia la tirannide sia la sottomissione. Su questo nucleo si costruiscono i diritti, ma senza di esso i diritti restano scritti sulla carta. È anche un modo per smascherare le false democrazie che si definiscono illiberali e usano il voto per svuotare il potere dei cittadini.
Secondo Ober il pericolo viene da due direzioni. La prima sono le élite che hanno cominciato a sentirsi una classe a parte e hanno smesso di rendere conto. La seconda è un sistema dell’informazione che, a suo giudizio, non aiuta la democrazia perché premia la contrapposizione invece del ragionamento comune. La sua risposta è più impegnativa di un appello generico ai valori: è l’educazione civica, intesa come apprendimento pratico di come si delibera insieme. Infatti ha destinato parte del premio a un programma per giovani studiosi sulla rivitalizzazione della democrazia. L’obiettivo è capire come le democrazie del passato siano riuscite a rinascere dopo periodi oligarchici o tirannici.
Visto da un’Italia in cui i giovani scendono in piazza convocati da un algoritmo e senza interlocutori, questo ragionamento è meno accademico di quanto sembri. Ad Atene il cittadino imparava la politica facendola: sedendo in assemblea, servendo nei tribunali popolari, ricoprendo cariche estratte a sorte. Oggi quella palestra manca. I partiti sono diventati comitati elettorali, i corpi intermedi si sono svuotati e la partecipazione si riduce al commento sui social o allo sfogo in piazza. Molta della rabbia di questi giorni nasce dal non sapere dove si decide e come si fa sentire la propria voce.
La lezione più utile riguarda le istituzioni vicine ai cittadini. I comuni, i consigli di quartiere e i percorsi partecipativi sui beni comuni sono ciò che più assomiglia all’assemblea ateniese, e dove funzionano restituiscono senso alla parola cittadinanza. Ober invita a ricordare che la democrazia è stata spesso perduta e poi riconquistata, e che non è mai garantita una volta per tutte. Per questo lo storico va ascoltato anche quando si parla di sicurezza: un popolo che ha smesso di partecipare non si difende con i soldati.





