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C’è una frase che Fritz Bauer ripeteva agli amici e che basta da sola a raccontare la solitudine di un uomo dentro il suo Paese: quando esco dal mio ufficio, diceva, entro in territorio nemico. A pronunciarla era il procuratore generale dell’Assia, cioè uno dei più alti magistrati della Repubblica federale tedesca. La biografia di Ronen Steinke, giurista e giornalista della Süddeutsche Zeitung, ora tradotta da Ronzani, ricostruisce questa figura scomoda.
Bauer nasce a Stoccarda nel 1903 in una famiglia ebraica assimilata. Negli anni di Weimar diventa giudice, aderisce alla SPD e si schiera apertamente contro il nazismo nascente. Nel 1933 viene arrestato e rinchiuso in un campo di concentramento, poi riesce a fuggire in Danimarca e infine in Svezia, dove frequenta l’ambiente socialdemocratico dell’esilio. Avrebbe potuto restarci. Torna invece in Germania appena possibile, convinto che la democrazia tedesca andasse ricostruita dall’interno e soprattutto dentro i tribunali.
Il ritorno non è un’accoglienza. Steinke mostra con precisione come nel dopoguerra molti ebrei venissero tenuti lontani dai posti di responsabilità, perché si temeva il risentimento di una popolazione che non voleva sentirsi giudicata. Bauer finisce a Braunschweig, in provincia. È lì che nel 1952 sostiene l’accusa contro Otto Ernst Remer, che aveva definito traditori gli ufficiali del 20 luglio 1944. Il processo diventa una lezione pubblica: uno Stato criminale non merita obbedienza, e resistergli è un diritto. Per Bauer l’aula giudiziaria è uno spazio pedagogico, il luogo dove una nazione impara a nominare ciò che ha fatto.
Dal 1956, procuratore generale a Francoforte, riceve da un informatore in Argentina la notizia che Adolf Eichmann vive a Buenos Aires sotto falso nome. Bauer sa che passare l’informazione agli apparati tedeschi significherebbe bruciarla: polizia, servizi e ministeri sono pieni di uomini del vecchio regime, e lo stesso Hans Globke, braccio destro di Adenauer, aveva commentato le leggi razziali. Sceglie allora di rivolgersi in segreto agli israeliani. Nel maggio 1960 il Mossad cattura Eichmann, che sarà processato a Gerusalemme. Si tratta di un gesto che oggi verrebbe chiamato alto tradimento, ed è forse l’atto più coerente della sua vita.
Il lavoro decisivo però è un altro. Bauer prepara per anni il processo di Francoforte su Auschwitz, aperto nel dicembre 1963 contro una ventina di imputati: non i grandi gerarchi, ma le SS, i medici, i funzionari del campo. È questa la sua intuizione. Lo sterminio non era opera di pochi demoni, ma di una macchina fatta di persone comuni, ciascuna con il suo compito. Per la prima volta la parola Auschwitz entra con violenza nelle case tedesche, attraverso centinaia di testimoni e mesi di cronache giornalistiche. Le sentenze saranno spesso miti, ma il silenzio è rotto.
Bauer muore nel luglio 1968, trovato nella vasca da bagno della sua casa di Francoforte, mentre gli studenti chiedono ai padri conto del passato. La Germania lo dimenticherà per decenni, prima che libri e film come Lo Stato contro Fritz Bauer lo riportassero alla luce. La sua lezione resta attuale: la giustizia non si limita a punire. Serve a far ricordare a una comunità ciò che preferirebbe dimenticare, ed è proprio per questo che chi la esercita fino in fondo finisce spesso per restare solo.





