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Le elezioni di metà mandato del 3 novembre si sono trasformate in quello che molti temevano e altri speravano: un referendum su Donald Trump. E il verdetto è stato netto. I democratici hanno conquistato entrambe le camere del Congresso, con almeno 54 seggi al Senato e una maggioranza alla Camera che, a spoglio ancora in corso, supera largamente la soglia dei 218 seggi. Il Washington Post ha parlato di una punizione di proporzioni mai viste dai tempi del Watergate, e non è un’esagerazione giornalistica.
Il dato più eloquente non è la somma dei seggi, ma la geografia della sconfitta. I democratici hanno strappato seggi senatoriali in sette Stati, e in sei di questi Trump aveva vinto in tutte e tre le sue corse presidenziali. In Texas James Talarico, trentasette anni, ha battuto il procuratore generale Ken Paxton; in Kansas ha vinto Adam Hamilton; in Ohio è tornato al Senato Sherrod Brown; in Maine è caduta Susan Collins; il South Carolina passa ai democratici dopo ventotto anni. In Michigan Abdul El-Sayed diventa il primo musulmano eletto senatore, in New Hampshire Chris Pappas il primo senatore dichiaratamente omosessuale. È un’America che, almeno per una notte, ha smesso di dividersi lungo le linee che sembravano immobili.
Trump ha accettato il risultato a modo suo: con il mio nome sulla scheda avremmo vinto, ha scritto, attribuendo la sconfitta alla guerra con l’Iran. Poi ha alternato l’offerta di collaborare con il nuovo Congresso su molte questioni alla promessa di usare il veto. Ed è qui che bisogna essere realisti. La maggioranza non equivale a mano libera: al Senato servono sessanta voti per superare l’ostruzionismo, e un eventuale impeachment richiederebbe sessantasette voti, una soglia lontana. Il potere vero che i democratici acquisiscono è quello del controllo: commissioni d’inchiesta, audizioni, accesso ai documenti. Per un’amministrazione abituata a governare per ordini esecutivi, è un cambio di clima più che di regole.
Ma la partita più interessante si gioca dentro il campo repubblicano. Il vicepresidente JD Vance ha riconosciuto che il conflitto con l’Iran ha pesato in modo decisivo sul malcontento degli elettori, prendendo così le distanze dalla scelta più impegnativa del presidente. Secondo indiscrezioni del The Independent, il segretario di Stato Marco Rubio starebbe valutando le dimissioni per smarcarsi da Trump e prepararsi alle presidenziali del 2028; la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno smentito con durezza, ma il fatto stesso che la voce circoli dice molto. Intanto il segretario alla Difesa Hegseth è in bilico, scaricato da una parte del partito. È cominciata, come scrivono a Washington, la gara a chi molla prima Trump.
Sarebbe però un errore leggere questo voto come la fine del trumpismo. Il populismo non scompare per decreto elettorale: ha radici in una frattura sociale, nella paura del declino, nella sfiducia verso le élite, che nessuna maggioranza parlamentare cancella da sola. I democratici hanno vinto sul rigetto, non ancora su un progetto. Il loro compito, nei due anni che restano, sarà dimostrare che il controllo sul potere può tradursi in governo delle cose, e non soltanto in una lunga stagione di inchieste. Gli elettori che hanno cambiato campo in Texas e in Kansas non lo hanno fatto per ideologia, ma per stanchezza. E la stanchezza, si sa, è un consenso che si consuma in fretta.





