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6 Novembre 2026Sette italiani su dieci temono lo spopolamento: le aree interne chiedono lavoro, non compassione
C’è un dato, emerso a Napoli in occasione dei vent’anni della Fondazione con il Sud, che meriterebbe più spazio di quello che le cronache gli hanno concesso. Secondo l’indagine dell’Istituto Demopolis «Gli italiani e lo spopolamento… Non solo al Sud», il 73 per cento degli italiani si dichiara preoccupato per l’abbandono dei territori e ritiene che il fenomeno vada affrontato con priorità. È un aumento di tredici punti rispetto a marzo 2025. Nel Mezzogiorno la quota sale all’81 per cento.
Ancora più forte è l’apprensione per la partenza dei giovani verso l’estero o verso il Centro-Nord, soprattutto dalle aree interne: la condivide l’82 per cento degli intervistati, dal 74 del Settentrione al 92 del Sud. La denatalità, invece, è un timore che attraversa il Paese in modo uniforme: otto italiani su dieci ne sono preoccupati. Il presidente della Repubblica ha riassunto la questione in una frase semplice, quasi un programma: chi nasce in queste terre deve poter scegliere di restarvi.
La parola decisiva è proprio scegliere. Per decenni lo spopolamento è stato trattato come un destino, una conseguenza inevitabile della modernità, qualcosa da accompagnare con qualche contributo e molta retorica sui borghi. L’indagine racconta un’altra consapevolezza. Per il 69 per cento degli italiani la misura più efficace è la creazione di lavoro nei territori che si svuotano. Non il sussidio, non la cartolina, non l’evento estivo: il lavoro. E il 76 per cento indica quattro leve da muovere insieme, cioè natalità, occupazione locale, rientro dei talenti e attrazione di nuovi residenti.
C’è poi un secondo elemento, forse il più maturo. Il 62 per cento ritiene che i progetti di rigenerazione debbano essere promossi dalle istituzioni insieme alle imprese e al privato sociale; solo un terzo si affiderebbe esclusivamente al pubblico. È la fine di un’illusione: quella che bastasse un bando, un finanziamento, un piano calato dall’alto. Chi amministra un piccolo comune lo sa per esperienza diretta. Le risorse pubbliche servono, ma da sole non trattengono nessuno. Trattiene una rete: un’impresa che assume, una cooperativa che riapre un servizio, una scuola che non chiude, una connessione che permette di lavorare senza partire.
Le aree interne non sono un margine da compatire. Sono spesso i luoghi dove si trovano le risorse su cui si gioca il futuro del Paese: energia, acqua, suolo, paesaggio, saperi produttivi. Il paradosso italiano è che queste ricchezze vengono estratte e trasferite altrove, mentre le comunità che le custodiscono si assottigliano. Invertire la tendenza significa far sì che il valore generato da un territorio resti, almeno in parte, in quel territorio, sotto forma di lavoro qualificato e di servizi.
L’indagine Demopolis ci consegna dunque una buona notizia, travestita da allarme: gli italiani hanno capito. Il problema non è più convincere l’opinione pubblica che lo spopolamento sia grave. Il problema è la politica, nazionale e regionale, che continua a trattarlo con strumenti episodici e frammentati. Serve una strategia di lungo periodo, capace di durare oltre i cicli elettorali. Perché un paese che si svuota non si ripopola in una legislatura, ma può morire nel





