
La Lega tra il congresso e la nostalgia: a Pontida e a Orvieto si gioca quale destra verrà
21 Settembre 2026
La Germania che cambia pelle: l’AfD sfonda a Est, la sinistra conquista Berlino, e Merz esce dimezzato
21 Settembre 2026Il campo largo davanti allo specchio: vince sulla carta, ma non sa ancora chi è
C’è un numero che riassume l’intera partita del centrosinistra italiano, ed è confortante solo in apparenza: quarantatré contro quarantuno. Nella somma delle intenzioni di voto, la coalizione che va dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle, passando per i Verdi, Italia Viva e +Europa, supera lo schieramento di governo. Con la nuova legge elettorale in discussione in Parlamento — quella che assegna un premio a chi oltrepassa la soglia del quarantadue per cento — il vantaggio si trasformerebbe in maggioranza piena, in entrambe le Camere. Sulla carta, dunque, l’alternativa esiste già. Il problema è che una somma aritmetica non è ancora un’alleanza politica, e il centrosinistra deve ancora dimostrare di saper trasformare una colonna di percentuali in un progetto che regga la prova del voto.
La distanza tra il numero e la realtà ha due nomi precisi: l’Ucraina e la leadership. Sul primo fronte, la frattura è ormai esplicita. Il leader pentastellato è arrivato al tavolo della coalizione non più con una posizione personale da negoziare, ma con un mandato ricevuto dalla propria base: oltre il novanta per cento degli iscritti che hanno partecipato alla consultazione interna ha chiesto di interrompere l’invio di armi a Kiev, di bocciare il piano di riarmo europeo, di dire no all’aumento delle spese per la difesa. È un pronunciamento che cambia il peso di chi tratta. Fino a ieri il rifiuto delle armi era una linea da limare; oggi diventa un vincolo che il presidente del Movimento dichiara di non voler diluire. Dall’altra parte, la segretaria democratica ribadisce che il popolo aggredito va sostenuto fino all’apertura di un vero negoziato, e che la pace giusta non coincide con la resa all’invasore. Tra le due formule non c’è una sfumatura: c’è la politica estera di un eventuale governo.
Su questo crinale la segretaria fa l’equilibrista. Prova a ridurre la distanza spostando il lessico verso il diritto internazionale, il multilateralismo, il primato del dialogo sulla forza, la figura del “costruttore di pace”; ma il nodo degli invii militari resta lì, intatto, sullo sfondo. Assicura che si discuterà finché non si troverà un compromesso. È la scommessa di chi crede che la coalizione sia più forte delle sue divisioni. Ma esiste un precedente che pesa: chi oggi tratta da posizione di forza, nel 2022 non esitò a far saltare il tavolo con i democratici, spalancando di fatto la porta all’attuale maggioranza. La domanda che nessuno formula ad alta voce è se convenga davvero, a chi gioca convinto di vincere comunque, cedere qualcosa prima del voto.
Il secondo nodo è quello della guida. Da una parte si immagina di affidare la candidatura al leader della forza più votata, oppure di ricorrere alle primarie a ridosso delle elezioni; dall’altra si respinge l’automatismo del partito più grande, si preferisce chiudere prima la partita, si resta freddi verso il ritorno di certi alleati ingombranti. Sullo sfondo, un dato che rovescia le gerarchie: interrogati su chi abbia più possibilità di battere la presidente del Consiglio, gli intervistati indicano il leader del Movimento con un margine doppio rispetto alla segretaria. La leadership dell’opposizione, insomma, non è affatto decisa.
La stessa logica si ripete nelle città che voteranno in primavera. A Milano il nome forte — un giornalista di lungo corso, profilo civico e indipendente, sceso dalle sue aziende per “percorrere una strada nuova” — ha avuto l’effetto del sasso nello stagno, salutato dal centro e dai riformisti ma accolto con freddezza dalla sinistra e dallo stesso partito maggiore. La prima fotografia pubblica insieme alla segretaria, favorita a margine di un festival, è arrivata solo in questi giorni. E la risposta è la stessa che vale per la corsa nazionale: prima il programma, poi i nomi. Una formula che serve a guadagnare tempo, forse a proteggere un accordo già scritto con un altro competitore, di sicuro a rinviare la scelta di fondo.
È qui, in fondo, l’eterno bivio: allargarsi per prendere voti dove oggi non si arriva, o conservare un’identità riconoscibile. Il quarantatré per cento dice che la strada c’è. Ma una coalizione che rimanda la decisione su cosa fare in guerra e su chi la debba guidare non è ancora una proposta di governo: è una fotografia di ciò che potrebbe essere, appesa a due domande a cui prima o poi bisognerà rispondere insieme.





