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21 Ottobre 2026Camionisti fermi, scaffali vuoti: il Sud scopre quanto è fragile la catena che lo nutre
Bastano pochi giorni di camion fermi ai caselli perché un Paese scopra di che cosa è fatta la sua normalità. Da metà ottobre gli autotrasportatori del Mezzogiorno protestano contro il caro gasolio e il risultato è sotto gli occhi di tutti: banchi della frutta e della verdura vuoti tra Napoli, Caserta e il Molise, supermercati semisguarniti a Messina, carne, latticini e pesce introvabili in diverse zone di Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e perfino Lazio. A Ischia e Procida manca il carburante e si teme per i traghetti, in una quindicina di comuni siciliani non si raccolgono più i rifiuti, al casello di Nola, sulla A30, i camionisti hanno passato la notte accanto ai mezzi. Chi ha vissuto i mesi del Covid dice che questa volta è peggio, perché allora le merci arrivavano e mancava la gente, oggi la gente c’è e mancano le merci.
Il governo ha risposto martedì dalla Prefettura di Milano, al tavolo convocato da Salvini. Il viceministro Rixi ha parlato di circa un miliardo di euro sbloccato: 480 milioni subito per le domande di credito d’imposta presentate fino ad agosto, altre risorse entro novembre, un nuovo credito d’imposta che però arriverà solo nel 2027, e quasi seicento milioni per rinnovare il parco mezzi, fondi che le regole europee rendono complicati da spendere. In Sicilia il comitato ha revocato il fermo, ma in Calabria e in Campania i blocchi restano e una parte dei camionisti annuncia di continuare fino al 27 ottobre. In Puglia la protesta è nata spontanea e si è saldata con quella degli agricoltori, che a Bitonto sono entrati in paese con i trattori.
Il punto politico è semplice e scomodo. Gran parte di quel miliardo non è denaro nuovo ma denaro dovuto, crediti già riconosciuti e pagati in ritardo. Viene sbloccato solo quando le autostrade si fermano, e questo insegna a chiunque che la via più rapida per ottenere ciò che spetta è paralizzare il Paese. Lo stesso esecutivo che ha inasprito le pene per i blocchi stradali si è seduto al tavolo con chi i blocchi li faceva, e ha fatto bene, perché l’alternativa era lo scontro con migliaia di piccole imprese che, come dicono i loro rappresentanti calabresi, non hanno più nemmeno la liquidità per mettere un camion in strada.
C’è poi una geografia che parla da sola. Al Nord le merci viaggiano, i porti caricano e scaricano, gli scaffali sono pieni. La crisi colpisce un Mezzogiorno che dipende quasi interamente dalla gomma, con ferrovie merci deboli, imprese di autotrasporto piccole e sottocapitalizzate, margini erosi dal gasolio e dai costi europei sulle emissioni che ricadono anche sui noli marittimi. È la fotografia di un’infrastruttura che regge finché nessuno si ferma, e che non ha alternative quando qualcuno lo fa.
La lezione riguarda anche chi amministra lontano dalle grandi città. Le aree interne e le isole sono le prime a restare senza rifornimenti e le ultime a essere servite quando la crisi rientra. Un Paese che vuole difendere la coesione territoriale deve chiedersi non solo quanto costa il gasolio, ma quanto costa non avere mai costruito vie diverse per far arrivare il pane a un’isola o a un paese di montagna. Il miliardo di oggi tampona l’emergenza; la fragilità resta lì, in attesa del prossimo rincaro.





